
Da “non sei portata” a running coach
Carlotta comincia a correre a 22 anni. Non perché qualcuno avesse visto in lei un talento naturale, anzi.
Le avevano detto che non era portata. E forse è proprio da quella frase che parte tutto.
Carlotta non crede molto nelle doti naturali. Crede nell’allenamento, nella costanza e nella caparbietà. Sa che la genetica può aiutare o, qualche volta, remare contro, ma a livello amatoriale è convinta che la differenza la faccia soprattutto la voglia di provarci.
La corsa, intanto, diventa qualcosa di molto più grande di uno sport. Diventa un modo per riprendersi uno spazio che nella vita precedente sembrava non esserci più.
Per dieci anni lavora nel marketing di una multinazionale. È ambiziosa, costruisce una carriera, corre da una parte all’altra. Ma dentro qualcosa lentamente si spegne. Poi arriva il momento di mollare tutto: lavoro, carriera, affetti e ricominciare da zero.
Non è una scelta semplice, ma è quella che le permette di tornare a sentirsi viva. Studia, fa esperienza nel mondo dello sport e trasforma la sua passione in professione. Oggi è running coach e accompagna altre persone nel loro percorso, mettendo a disposizione non solo conoscenze tecniche, ma soprattutto quella convinzione che l’ha accompagnata fin dall’inizio: si può fare il meglio con quello che si ha.
running charlotte
Foto dal web

carlotta federica montanera
Foto dal web
Correre è casa
Quando le chiedo cosa rappresenti davvero la corsa per lei, la risposta arriva quasi senza bisogno di pensarci e la sua risposta mi fa venire i brividi perché quando lo chiedono a me uso le stesse identiche parole: correre è come respirare!
È un gesto naturale, qualcosa che la riporta alle sue radici. Quando corre è felice. Si diverte davvero. E racconta una sensazione bellissima: quella di sentirsi come quando, da bambina, costruiva casette di cartone e le considerava casa sua.
Correre è casa mia.
Forse è questa la chiave per capire Carlotta. Perché nella sua storia la corsa non è mai soltanto prestazione, è identità. È il luogo in cui può essere energica, competitiva, vulcanica, complicata e sempre a mille. Ma è anche il luogo in cui tutte quelle caratteristiche, invece di diventare un peso, trovano una direzione.
Quando il traguardo è anche degli altri
La gara più importante della sua vita, se parliamo di prestazione, ha un nome preciso: Amsterdam Marathon 2025. Una maratona corsa con la sensazione di essere finalmente in piena sintonia con se stessa.
Il risultato è chiaro: 2:58:38, sub 3 e nuovo personal best. Ma Carlotta non la ricorda soltanto per il cronometro.
La descrive come un’esperienza potente, in cui si è sentita padrona di sé stessa. Una gara in cui, finalmente, testa, corpo e obiettivo sembravano andare nella stessa direzione.
Eppure c’è un’altra maratona che occupa un posto speciale nella sua memoria e nel suo cuore ed è una maratona che non ha corso ma gli ha dato tanto.
Nel 2018 organizza infatti un progetto chiamato 100 Principesse di Torino: cento donne, molte delle quali quasi completamente nuove alla corsa, si allenano insieme e poi affrontano la Maratona di Torino dandosi il cambio ogni cinque chilometri per accompagnare Monja Trevisiol, alla sua prima 42 km, fino al traguardo. Carlotta non corre quei 42,195 chilometri. Ma li vive tutti. E quel traguardo condiviso rimane uno dei momenti più importanti della sua vita da runner.
Perché forse, alla fine, correre bene non significa soltanto sapere quanto possiamo andare forte noi. Significa anche riuscire a portare qualcun altro un po’ più avanti e far parte dei loro sogni che diventano realtà è qualcosa che spiegare a parole è molto difficile e per questo motivo vi lascio qui il link dove poter vedere quelle immagini che sono emozione allo stato puro:

Le 100 Principesse di Torino
Photo by Marco Chiaravalli

Carlotta Montanera e Monja Trevisiol
Photo by Marco Chiaravalli
Lo sapevi che…
Prima di trasformare la corsa nel suo lavoro, Carlotta ha trascorso dieci anni nel mondo del marketing, all’interno di una multinazionale.
È stata una scelta ambiziosa, come lei stessa si definisce. Ma a un certo punto ha capito che quella vita non le apparteneva più.
Ha lasciato tutto e ha scelto lo sport.
Non è stata una fuga improvvisa, ma una ripartenza: studio, esperienza e formazione fino a costruire una nuova identità professionale come coach.
E oggi quella che un tempo era semplicemente la sua passione è diventata il modo attraverso cui aiuta altre persone a trovare la propria strada nella corsa.

Carlotta Federica Montanera
Foto dal web

Carlotta Federica Montanera e suo figlio
Foto dal web
Fare il meglio
Carlotta è valdostana, ma vive a Torino da quando aveva diciannove anni. Oggi è mamma di un bambino di cinque anni, ha un compagno e un cane. E continua a descriversi con una sincerità che fa sorridere: competitiva, energica, vulcanica e, ammette lei stessa, “troppo complicata”.
Una donna che sta ferma poco e fa tutto a mille.
Ma dietro quella personalità esplosiva c’è una filosofia molto semplice.
Non bisogna essere perfetti, non bisogna avere il talento giusto, non bisogna aspettare di sentirsi pronti. Bisogna fare il meglio con quello che abbiamo oggi, con il corpo che abbiamo oggi, con il tempo che abbiamo oggi. E magari domani, con qualcosa in più.
running charlotte_maratona torino
Foto dal web
Il finale del podista
Per chi vuole approfondire il mondo della corsa dal punto di vista tecnico, Carlotta consiglia Allenarsi per gli sport di montagna, un testo che considera prezioso anche per chi pratica soltanto podismo a livello amatoriale. Un libro che entra nel funzionamento dell’endurance e del metabolismo energetico e che racconta bene anche il suo approccio alla corsa: curioso, concreto, fatto di studio oltre che di chilometri.
Disponibile su Amazon Italia
La storia di Carlotta mi piace perché non racconta la solita trasformazione da “persona normale” a runner straordinaria.
Racconta qualcosa di molto più vicino a tutti noi.
Una donna a cui qualcuno ha detto che non era portata per correre e che, invece di crederci, ha deciso di vedere cosa sarebbe successo provandoci davvero.
Poi quella corsa è diventata casa, lavoro, passione, competizione e soprattutto un modo per aiutare altre persone a scoprire che magari possono fare molto più di quanto pensavano.
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