
Giovedì pomeriggio, a ottocento metri dall’arrivo, dopo sessantuno chilometri e tremilacinquecento metri di dislivello, Lauren Gregory ha superato Naomi Lang sulla passerella metallica che riporta le atlete e gli atleti dentro Chamonix. Lang le è rimasta attaccata alla spalla per un minuto abbondante, poi ha ceduto quei pochi metri che non è più riuscita a recuperare. Hanno chiuso in 6:08:07 e 6:08:10, tre secondi, l’arrivo più ravvicinato nella storia delle gare di Chamonix.
Quello che è successo subito dopo l’arco però è la parte che ci ha colpiti nel cuore. Sono crollate tutte e due a terra, sorridendo, e si sono abbracciate. Poco più di un minuto dopo è arrivata Sara Alonso, terza, che dopo averle raggiunte e salutate sorridenti si è concessa un ballo. Sessantuno chilometri, tremilacinquecento metri di dislivello, sei ore di gara, e la prima cosa che le viene da fare è ballare. E non un ballo qualsiasi, uno SNAKE sulla linea del traguardo.
Se avete visto la scena vi sarete fatti la stessa domanda che ci siamo fatti noi. Come è possibile che due atlete che si sono appena giocate la gara più importante della loro stagione in una volata dentro le strade di un paese, finiscano per terra abbracciate invece che a fissarsi in cagnesco, mentre la terza, in lotta per la vittoria fino a una manciata di chilometri dall’arrivo, ha ancora l’energia e la felicità di esultare insieme alle compagne d’avventura e poi di mettersi a ballare.
La risposta più semplice e banale è che nel trail le persone sono più buone. Ma noi non ci crediamo e non è quello che vogliamo scrivere. Crediamo però che una riflessione in merito sia interessante e più strutturale di quanto si pensi, e spiega anche perché in questi giorni a Chamonix è successo veramente di tutto.

Uno sport senza federazioni è uno spazio aperto per creatività e un bel po’ di marketing
La corsa su strada ha alle spalle un secolo di istituzioni. Ha la World Athletics, ha federazioni nazionali, ha distanze standardizzate al centimetro, ha record omologati con procedure precise, ha minimi di qualificazione, ha convocazioni, ha titoli nazionali che valgono una carriera. Tutta quella impalcatura decide analiticamente chi conta, chi va in nazionale, chi entra in una start list élite e chi ne resta fuori. È un sistema che funziona, ed è il motivo per cui una maratona a Berlino e una a Tokyo si assomigliano molto.
Il trail quella impalcatura non ce l’ha, o ce l’ha in una versione giovane e incompleta, e per questo anche più libera e creativa. Il mondo del trail nasce parallelamente a una comunità trail, che in modo anarchico ha creato uno spazio altro rispetto a quello fatto di rigide regole e metriche dell’atletica leggera. Ma la globalizzazione ci ha insegnato che tutto oggi è mercato, e quando uno spazio del genere resta vuoto, qualcuno lo occupa. Nel trail lo hanno occupato i brand, insieme a un organizzatore privato che ha costruito un circuito mondiale in continua crescita, un indice di valutazione e un sistema di qualificazione dove sull’asfalto ci sarebbe stata una federazione a dettar legge.
Questo produce conseguenze, e sono esattamente le cose che avete visto questa settimana all’HOKA UTMB Mont-Blanc 2026.


La prima conseguenza sono i brand che si comportano in modo bizzarro
Il caso più chiaro, quello che salta all’occhio subito, è di Nike, il che rende la cosa ancora più interessante. Sull’asfalto Nike è l’azienda delle operazioni cronometriche con le lepri, i laboratori, le piste chiuse e i tentativi di record annunciati mesi prima. Sopra Chamonix, in parallelo all’UTMB, ha organizzato la prima edizione dell’ACG G.O.A.T. 1000, un chilometro verticale per ottanta persone. Mille metri di salita senza un metro di piano. Niente medaglie, ai due vincitori una campana d’oro, e i loro nomi incisi su un bastone da pastore che resta lì edizione dopo edizione, con il bastone che poi torna dentro un negozio ad aspettare l’anno successivo. Due nomi all’anno, gli altri devono aspettare dodici mesi.

Provate a immaginare la stessa azienda che organizza qualcosa del genere alla vigilia di una maratona major. Non succede, perché lì lo spazio è occupato da un’istituzione e il ruolo del marchio è vestire gli atleti e comprare visibilità. Qui invece il marchio può inventarsi una gara con una campana e un bastone, e nessuno gli dice che non si può fare.
Vale per tutti. SCARPA ha fatto girare per il paese un alieno in carne e ossa per lanciare la ALIEN Limited Edition. HOKA ha portato una linea di abbigliamento che con le scarpe c’entra fino a un certo punto. ASICS ha costruito un camp che è a metà tra un ritiro sportivo e un bellissimo chalet per le vacanze. Chi arriva a Chamonix sa che deve farsi accettare da una comunità prima ancora che comprarsi un pubblico, e questo dettaglio cambia il paradigma di come si possano raccontare nuove storie.
La seconda conseguenza sono gli atleti…
Senza convocazioni da conquistare e senza titoli nazionali da difendere, gli avversari smettono di essere ostacoli tra te e una burocratica selezione e tornano a essere semplicemente le altre persone che fanno la tua stessa identica cosa. Sono poche centinaia in tutto il mondo, si incontrano cinque o sei volte l’anno, si allenano spesso negli stessi posti e hanno appena passato sei ore o quaranta a soffrire allo stesso modo su un terreno che non perdona.

Non è buon cuore, non vogliamo riempire questo spazio di buonismo spicciolo, è semplicemente la dimensione in cui accade tutto ciò. Ed è la stessa dimensione che permette a un lettore di scrivere in direct a un atleta professionista e ricevere una risposta, cosa che nell’atletica su pista sarebbe praticamente impensabile.
Un chiarimento che ci teniamo a fare, perché il nome della nostra testata è quello che è. Non stiamo dicendo che sull’asfalto non ci sia calore. Chi ha corso una maratona sa cosa vuol dire il muro di gente al trentacinquesimo, sa cosa fa una lepre per il suo gruppo, sa che qualcuno si ferma davvero ad aiutare uno sconosciuto seduto sul marciapiede. La differenza non è tra uno sport con l’anima e uno sport senza. È, più semplicemente, tra uno sport che ha finito di strutturarsi e uno che sta ancora decidendo cosa vuole diventare da grande e quindi, ancora, sogna.
By UTMB e i limiti della natura
Quella che per quasi vent’anni è stata la sigla di una gara, cosa che nel trail capita spesso, è oggi un marchio registrato e un circuito di ultra-trail in continua crescita che si pone come limite solo i confini del nostro pianeta.
Se il mondo del trail, e dell’ultra-trail soprattutto, è oggi così famoso, lo si deve in particolar modo a Catherine e Michel Poletti, che nel 2003 diedero origine alla prima edizione dell’Ultra Trail du Mont Blanc, passando poi all’ideazione delle altre distanze come OCC e CCC e giungendo infine, quasi vent’anni dopo, alla creazione del circuito UTMB World Series.

L’idea era semplice, esportare il modello UTMB in giro per il mondo con gare da 50k, 100k e 100 miglia, con punteggi e qualificazioni per le gare finali, le UTMB Finals che conosciamo oggi. La crescita non si è fermata, e le due novità più recenti sono l’Hiroshima Ultra-Trail e l’approdo sulla East Coast con l’Ultra Trail Chattanooga.
Se da una parte questo modello organizzativo ha permesso a molte più persone di avvicinarsi a questo sport, dall’altra non può che portarci a delle riflessioni in termini di sostenibilità ambientale e di limiti stessi della natura. Sul primo fronte è stato Kilian Jornet, forse il volto più famoso di questo sport, a prendere una posizione di forte contrasto verso l’espansione del circuito. Sul secondo è stato proprio il luogo in cui tutto ha avuto origine.

Chamonix è un comune di circa ottomilaseicento abitanti che durante la settimana delle Finals ospita diecimila partecipanti tra atleti e amatori iscritti alle gare, a cui vanno aggiunti gli accompagnatori, i marchi con i loro stand all’expo e i media. Il nuovo sindaco François-Xavier Laffin, in carica da fine marzo, in un’intervista a L’Équipe dello scorso 16 luglio ha detto che lo sviluppo dell’evento è andato oltre certi limiti. Sull’edizione 2026 non poteva intervenire, perché le iscrizioni erano già chiuse quando si è insediato, e allora ha agito sull’unica cosa che poteva ancora toccare, cioè la parte commerciale. Il villaggio dei marchi quest’anno è stato concentrato sulla sola Place du Mont-Blanc invece di espandersi per il centro, con centodieci espositori dentro un perimetro ridotto.
Per il 2027 il sindaco vuole discutere numero di gare, numero di concorrenti, tetti di presenze, percorsi e passaggi notturni nelle riserve naturali, ma i tavoli con la prefettura e gli organizzatori si aprono tra settembre e ottobre e al momento non è deciso nulla. Laffin ha anche detto esplicitamente di non voler far sparire l’evento, e rivendica anzi per Chamonix il ruolo di capitale mondiale del trail.
Vale la pena aggiungere che l’UTMB attraversa tre paesi e ventuno comuni, e dipende quindi da autorizzazioni locali ovunque. In Alsazia il consiglio comunale di Dambach-la-Ville ha vietato l’attraversamento notturno della foresta comunale tra maggio e ottobre, e questo mette oggi in discussione il passaggio del Trail UTMB Alsace nel 2027.
Questa fase sta già finendo?
Qui arriva la parte che ci interessa di più, e che inseriamo nel discorso proprio mentre celebriamo tutto il resto.
L’OCC di giovedì aveva un montepremi da settantaseimila euro, con tredicimila al vincitore e denaro distribuito fino al decimo posto. Diversi atleti della top ten maschile hanno ricevuto penalità da cinque minuti per taglio involontario del percorso. C’è un indice che stabilisce chi vale quanto, ci sono pietre da collezionare per accedere alle finali, c’è una gara che assegna pass diretti per la Western States, la cento miglia più ambita degli Stati Uniti, c’è una partnership con l’organizzazione che gestisce l’Ironman.
Montepremi, penalità, ranking, qualificazioni, circuiti chiusi. È esattamente l’elenco delle cose che rendono la corsa su strada quello che è, e sta arrivando tutto insieme nel giro di pochi anni, anche nel trail.
Il paragone che ci viene in mente è lo snowboard. Lo snowboard ha rappresentato la controcultura della montagna finché nel 1998 non è entrato alle Olimpiadi, e da lì sono arrivati i giudici, le classifiche, le federazioni e i percorsi standardizzati, e il fatto di essere l’alternativa allo sci, un’alternativa più libera, creativa e anche pittoresca, se l’è un po’ perso per strada. Non stiamo dicendo che sia stato un male in termini assoluti, lo snowboard ne è uscito più grande e più professionale, ma quella cosa lì, quella di prima, quella che accendeva l’immaginazione di grandi e piccini, non è tornata più.

Il trail è su quella traiettoria e non serve immaginarselo, basta leggere il regolamento di questa settimana. Ma il futuro ancora non è scritto e noi, nel nostro piccolo, un po’ tifiamo per il fatto che si possa farlo crescere tutelando il patrimonio di meraviglie che fin qui ci ha regalato.
Le gare, in breve
Per dovere di cronaca, qui trovate i risultati delle tre finali, e va detto subito che il meteo ha riscritto tutto. La CCC è partita sotto la pioggia e con il percorso modificato due volte, una delle quali a gara già in corso. L’UTMB è stato rinviato di due ore la mattina stessa, dalle 17:45 alle 19:45, per i temporali previsti sul massiccio, e il tracciato è stato accorciato eliminando il passaggio dalle Pyramides Calcaires.
All’OCC di giovedì vittoria di Frédéric Tranchand in 5:10:08, primo francese a riuscirci in dieci anni, davanti al keniano Nashon Kiplimo e allo spagnolo Miguel Benítez. Tra le donne Lauren Gregory in 6:08:07, prima statunitense a vincere questa gara, su Naomi Lang e Sara Alonso, con sessantaquattro secondi a separare l’intero podio.

Alla CCC di venerdì ha vinto Cristian Minoggio in 10:21:48, davanti al portoghese Miguel Arsénio a 5:37 e allo statunitense Hans Troyer in 10:33:29. Tra le donne Yngvild Kaspersen in 12:01:14, con Toni McCann seconda in 12:06:14 e Miao Yao terza in 12:15:41.

All’UTMB Ben Dhiman ha chiuso in 18:16:29, al comando dal quarantunesimo chilometro fino a Chamonix, dopo essere arrivato secondo lo scorso anno e avere costruito tutta la stagione su questa gara. Tra le donne Blandine L’Hirondel in 21:54:49, davanti a Rachel Entrekin in 22:15:54 e a Emily Schmitz in 22:17:28.

Chi ha aspettato, ha vinto
Se c’è una cosa che le tre gare femminili hanno raccontato insieme, è che a Chamonix quest’anno ha pagato lasciar correre gli altri davanti. Gregory ha superato Lang a ottocento metri dalla fine. Il giorno dopo Kaspersen è transitata a Vallorcine con quattro minuti di ritardo, ha ripreso e superato McCann e Yao dentro gli ultimi dieci chilometri e ha chiuso con cinque minuti di vantaggio, in un podio composto interamente da ex vincitrici di Chamonix. Per lei è la seconda CCC dopo quella del 2023, e diventa la prima donna a vincerla due volte.
E all’UTMB, mentre L’Hirondel viaggiava sola verso il record, dietro succedeva la cosa più tesa del fine settimana. Rachel Entrekin, al debutto sulla distanza, ed Emily Schmitz si sono giocate il secondo posto fino all’ultimo metro. Schmitz ha recuperato due minuti e diciotto negli ultimi diciotto chilometri e ha chiuso a novantaquattro secondi, dopo centosettantatré chilometri e più di ventidue ore di corsa. Nella prima ora e mezza di gara, al Col de Voza, era centoquarantasettesima assoluta.
Blandine, la terza della storia

Blandine L’Hirondel aveva vinto l’OCC nel 2021 e la CCC nel 2022. Sabato ha aggiunto l’UTMB, e con quello è diventata la terza persona in assoluto e la seconda donna a completare il tris delle tre finali di Chamonix. Prima di lei ci erano riusciti soltanto Xavier Thévenard e Ruth Croft, che aveva chiuso il cerchio esattamente dodici mesi fa e che quest’anno si è ritirata due giorni prima della partenza.
Il tempo, 21:54:49, è il più veloce mai corso da una donna su questo percorso, ed è la prima volta che una donna scende sotto le ventidue ore. Ha chiuso ventiseiesima assoluta ed è la prima francese a vincere l’UTMB dopo Caroline Chaverot nel 2016.
Il modo in cui ci è arrivata vale quanto il risultato. Alla partenza aveva detto di non essere al cento per cento e di non avere la vittoria come obiettivo dichiarato. Ha preso la testa prima di metà gara e non l’ha più lasciata, ha sorriso alle folle dei primi ristori, è caduta male nella discesa finale e ha zoppicato fino in fondo, arrivando da sola. Sull’ultima salita centinaia di persone le sono corse intorno, e all’ultimo ristoro si è fermata a riempire la borraccia e ad asciugarsi gli occhi. Trentacinque anni, due volte campionessa del mondo di trail, per anni ha lavorato in ambito ospedaliero mentre correva.
E poi c’è Minoggio

La CCC, la finale sui cento chilometri, l’ha vinta un italiano di quarantadue anni che di mestiere fa il guardiano di una diga. Cristian Minoggio è passato in testa nell’ultimo terzo di gara superando Hans Troyer in salita, ha tenuto il comando per quaranta chilometri e ha chiuso in 10:21:48 sotto la pioggia.
Il dettaglio su cui vale la pena fermarsi è l’orario. Poiché l’UTMB era stato rinviato di due ore, Minoggio ha tagliato il traguardo davanti a tutti i partenti dell’UTMB, che erano ancora in paese ad aspettare e si sono ritrovati a fare ala a un uomo che aveva appena vinto la loro stessa settimana. I finisher immediatamente successivi sono arrivati mentre l’UTMB partiva davvero, e gli arrivi sono stati sospesi per lasciare passare la partenza, con i tempi corretti a posteriori.
Se qualcuno cercava una prova che questo sport non ha ancora finito di diventare adulto, eccola. Una finale mondiale vinta da un quarantaduenne con un lavoro vero, un traguardo messo in pausa perché nel frattempo partiva un’altra gara, e nessuno che si sia scandalizzato.
Ma noi cosa ci portiamo a casa?

Di sicuro non la classifica, che tra un mese ricorderemo a fatica. Ci portiamo a casa due persone stese per terra ad abbracciarsi dopo essersi giocate tutto per tre secondi, e una terza che invece di crollare si è messa a ballare. E soprattutto ci portiamo a casa la consapevolezza, che rende la scena un po’ più preziosa, che stiamo guardando uno sport che attraversa gli ultimi momenti della sua adolescenza e si prepara a diventare adulto.
Tra qualche anno a Chamonix ci sarà probabilmente ancora più denaro, più regole, più telecamere e più gente che ha qualcosa da perdere. Sarà uno sport migliore sotto molti aspetti e ne saremo contenti. Nel frattempo ci piace guardarlo adesso, mentre un brand da miliardi di fatturato premia ancora i vincitori con una campana e un bastone di legno.
Questa settimana l’abbiamo seguita dall’Italia, tra dirette, immagini e racconti di chi era sul posto. Ma l’anno prossimo… Ci saremo!
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