
C’è un sasso, da qualche parte lungo la discesa della Grignetta, che ha rischiato di rimettere in discussione una carriera. Luca Del Pero non stava nemmeno spingendo: «Ero abbastanza tranquillo, però è stato proprio un sasso preso nel punto più sbagliato». Un appoggio storto, una brutta botta come tante, pensava. Solo che dopo sette, otto giorni il dolore non passava, correre era impossibile, camminare faceva male. La risonanza poi ha ha emesso il suo verdetto insindacabile… Frattura netta, proprio in mezzo all’osso del calcagno.
Il colpo, più che al piede, è arrivato al morale. Del Pero era appena rientrato da un altro stop, quello a inizio anno al tendine d’Achille. «Ricevere una sentenza simile non è stato bellissimo. Avevo sentito di gente rimasta in ballo quattro, cinque, sei mesi prima di tornare a correre. I primi giorni non sono stati facili.» La paura vera era una sola,
«Non riuscire a tornare come prima. Che restasse lì, latente, un dolore che ti porti sempre dietro.»
E invece… Grazie a un medico conosciuto in Svizzera ai tempi dell’infortunio al tendine, Luca è finito in una clinica oltreconfine dove dieci giorni di terapie, mattina e pomeriggio, quasi tutte strumentali, «roba che qui in Italia ce la sogniamo», hanno dato I frutti sperati. In meno di due mesi era di nuovo a correre. Il fondo aerobico, nel frattempo, l’aveva comunque allenato montando in sella: «Per fortuna c’è la bici. Non avevo perso praticamente nulla. Il gesto della corsa, poi, in due o tre settimane lo riprendi.»
Non è un dettaglio, la bici. Prima della corsa in montagna, Del Pero era un biker appassionato di cross country, gare brevi e cattive, «dall’ora e dieci fino alle due ore e mezza al massimo». È lì che ha imparato «a soffrire, ad andare a tutta dall’inizio alla fine». Ed è da lì che arriva quella marcia in più in salita che ancora oggi lo contraddistingue, come ci conferma: «Anche adesso, appena rientrato dopo tanta bici, in salita volavo».

Una partenza cauta, un attacco studiato
Alla Val d’Aran, tappa dei Pirenei del circuito UTMB World Series, Del Pero è arrivato «parecchio motivato, ma sicuramente non al massimo». Da gennaio era riuscito a mettere insieme sì e no quattro o cinque lunghi veri, con sensazioni non entusiasmanti, complice il caldo e soprattutto i chilometri e le discese che mancavano nelle gambe.
«Avevo parecchi dubbi.»
Per questo la scelta di partire con cautela, più del solito. Poi, chilometro dopo chilometro, la lettura della gara è cambiata, «Vedevo che reggevo bene, che facevo le discese senza rischiare troppo, che in salita ne avevo sempre qualcosa in più. E ho cominciato a crederci.» Il punto chiave l’aveva già ispezionato nel pregara, è una salita lunghissima, «quasi un vertical da 1.100-1.200 metri di dislivello», seguita da una discesa altrettanto interminabile. Ha aspettato esattamente l’imbocco di quella rampa per attaccare, quando erano ancora in quattro o cinque insieme e nessuno sapeva davvero come stessero gli altri.
La differenza l’ha fatta subito. Un tratto di salita ancora in compagnia di Gianluca Ghiano, poi il primo distacco con la convinzione di potercela fare che aumenta. In discesa Luca ha dato tutto quello che aveva, girandosi indietro di continuo: «Ero stanco e conoscevo le doti di Ghiano in discesa, avevo paura che rientrasse. Invece ogni volta non vedevo nessuno.» Solo negli ultimi due o tre chilometri si è concesso di respirare. Ha chiuso da vincitore una gara che definisce «davvero stupenda», 53 chilometri e 3.300 metri di dislivello, la prima parte in quota tra i laghi, «un ambiente prettamente alpino, tecnico, paesaggi meravigliosi». Al punto che, ammette, se la rimetterà in calendario l’anno prossimo, «magari per godermela davvero».


La scarpa scelta è stata la Spin Ultra 2
Ai piedi, in Val d’Aran, Del Pero aveva la SCARPA Spin Ultra 2. «Una scarpa che uso molto anche in allenamento e con cui ho sempre un ottimo feeling. Un buon compromesso per un percorso che alternava tratti tecnici ad altri più corribili. Cercavo anche un buon sostegno al tallone e la suola Vibram, su quelle salite e discese ripidissime tra i pratoni, ha funzionato benissimo.» Cosa chiede a una scarpa da gara? «Precisione nella parte tecnica, sostegno, ammortizzazione e un buon grip. La Spin Ultra 2 per me è il miglior compromesso.»

Non è un caso che sia proprio questo il modello che ha scelto, infatti la Spin Ultra 2 nasce, spiegano da SCARPA, «da una stretta collaborazione tra il team di Product Development e gli atleti delle discipline Ultra e Skyrunning», con un lavoro concentrato sul pacchetto intersuola e sul bilanciamento tra reattività e stabilità, le due caratteristiche indicate dagli atleti come decisive in gare come queste. È la filosofia che l’azienda di Asolo rivendica: «La montagna è la nostra linea guida. Non ricerchiamo la leggerezza a tutti i costi, la leggerezza senza sostanza non porta alla vittoria.» Del Pero, entrato nel team nel 2020 come giovane promessa, oggi è uno dei riferimenti del gruppo nelle medie distanze e nello skyrunning, e uno di quegli atleti sul cui riscontro nascono i prodotti. Non a caso, racconta, in questo momento sta già testando due nuovi prototipi, uno per le gare brevi, vertical e sky sotto i 40 chilometri, e uno pensato per le ultra più corribili.
Casa, e poi l’OCC
Luca da circa un anno si è spostato a vivere in montagna, ai Piani dei Resinelli, ai piedi della Grignetta e appena sopra il Lago di Como. «Si sta davvero bene, c’è tutto il necessario per allenarsi.» È lì che torna sempre, anche solo per «una scappata in cima alla Grignetta» prima o dopo ogni trasferta. La stessa montagna del sasso sbagliato, insomma.

Ma calendario alla mano, ora, si guarda avanti. Prima la Monte Rosa Walser Weg, «per certi aspetti molto simile alla Val d’Aran», poi una ventina di giorni di allenamento in Val Veny con i compagni Marcos e Peter, a un passo dal percorso del grande obiettivo di stagione, l’OCC by UTMB, quest’anno allungata di cinque chilometri con un nuovo tratto in territorio svizzero. «È la gara a cui tutti gli atleti dello short trail aspirano. Il livello sarà pauroso. Per fare bene devono allinearsi tutte le cose importanti: non puoi permetterti un momento no, perché lì ti passano davanti dieci persone.» Sessanta chilometri, ben oltre i 3.000 metri di dislivello. «Spero solo che non faccia troppo caldo, col fresco vado molto meglio.»
E poi c’è un orizzonte più lungo, letteralmente. «Anno dopo anno cerco di spostarmi verso distanze maggiori. L’anno prossimo magari qualche 80 chilometri, una Transvulcania o il Festival des Templiers. Sono distanze ancora ignote, non so bene come reagirà il fisico, ma margine per migliorare ne ho ancora.»
E tra tre anni? La frase resta un po’ sospesa, ma il senso è chiaro: «L’obiettivo è quello». Il ritorno alle gare da quel sasso sbagliato, a quanto pare, è appena cominciato.

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