
Spero che Raymond Carver, ovunque ora si trovi la sua anima, mi perdoni per aver preso in prestito per il 90% il titolo della sua più celebre raccolta di racconti. In quel caso l’oggetto della domanda era l’amore, condensato in 17 racconti. Diciassette diverse storie per cercare di spiegare l’inspiegabile, seppur reale e vissuto dalla maggior parte dell’umanità.
Lungi da me tentare di intraprendere quest’impresa in un solo articolo e con la consapevolezza che qualsiasi cosa io possa scrivere possa risultare scomoda, ma hey let’s go, let’s talk about RunClub.

Quindi cos’è un Run Club?
La definizione più lineare potrebbe essere tre o più persone che corrono insieme. Ma sarebbe ovviamente troppo semplicistica, oltre che superficiale.
Perché se è fuori discussione che un Run Club sia, nella sua forma più elementare, un gruppo di persone che si dà appuntamento alla stessa ora e nello stesso posto per farsi una corsa insieme, è altrettanto innegabile che oggi questo fenomeno sia diventato il contenitore di molte più cose. In cui, in alcuni casi, l’aspetto Run rischi persino di perdersi per strada.
Ma andiamo per gradi e non bruciamo le tappe.
Perché, prima di tutto, dobbiamo chiarire una cosa e questa cosa è correre insieme non è una novità.
Lo facevano le società sportive molto prima che qualcuno pensasse di chiamare una corsa di cinque chilometri una social run. Lo facevano gli amici che si trovavano la domenica mattina per il lungo. Lo facevano i gruppi podistici, le squadre, quelli che si incontravano sempre nello stesso parcheggio alla stessa ora senza bisogno di una bio Instagram che specificasse all paces welcome.
Le persone corrono insieme da sempre. Quello che è cambiato non è necessariamente il gesto. È tutto ciò che gli abbiamo costruito intorno.


Identità, appartenenza e cortocircuito
Il RunClub contemporaneo non è semplicemente un gruppo di persone che corre. Ha un’identità. Ha un nome, spesso un logo, quasi sempre un profilo Instagram. Ha un’estetica, un linguaggio, rituali, luoghi di ritrovo. A volte una maglietta. Sempre più spesso un fotografo. Qualche volta uno sponsor. In alcuni casi persino una playlist perfettamente curata per accompagnare il post-run.

E prima che qualcuno inizi a percepire queste righe come l’ennesima invettiva del runner nostalgico che rimpiange i tempi in cui si correva pensando solo ai tempi e con look improponibili, ci tengo a chiarire un punto. Non credo che tutto questo sia necessariamente un male. Anzi.
Probabilmente i Run Club hanno fatto qualcosa che il mondo del podismo tradizionale non riusciva più a fare con la stessa efficacia: hanno reso la corsa socialmente desiderabile.
Hanno tolto, almeno in apparenza, parte di quella patina agonistica che per anni ha fatto credere a moltissime persone che per essere runner fosse necessario avere un personale sui 10 km sub 30’, preparare una maratona o conoscere il proprio VO2Max.
Il messaggio è diventato molto più semplice: Vieni. Corriamo cinque chilometri. Piano. Poi magari beviamo qualcosa. Ed è difficile sostenere che in questo ci sia qualcosa di sbagliato, soprattutto quando la società iperconnessa di oggi ci vuole sempre più isolati e soli. Il problema arriva dopo.

Perché quando un gruppo diventa una community, una community diventa rapidamente anche qualcosa che può essere raccontato. E quando qualcosa può essere raccontato, oggi, quasi inevitabilmente può essere trasformato in contenuto.
Ed eccoci qui. Foto di gruppo prima della partenza. Video durante la corsa. Reel del post-run. Outfit check. Tag. Recap. Drone, se ce la sentiamo un po’ (troppo).
Il cortocircuito è affascinante: il Run Club nasce anche per portarci fuori dai social e farci incontrare nella vita reale, ma molto spesso quell’incontro reale finisce per tornare sui social sotto forma di contenuto.
E allora la domanda cambia. Non è più soltanto: perché corriamo insieme? Ma: per chi lo stiamo facendo?

Per chi corre oggi un Run Club?
Immagina ora di aprire Instagram sul tuo telefono, vai nella search e cerca la pagina dei runclub che ti vengono in mente, vanno bene tanto quelli italiani quanto quelli di altri Paesi e prova a rispondere alla domanda che dà il titolo a questo paragrafo.
Io ci ho provato e la risposta a questa domanda, è stata un’altra domanda (scusa questo articolo sta diventando una matriosca di domande): “Quando una comunità smette di essere soltanto una comunità e diventa anche un target commerciale?”
Lo so che stai pensando che adesso io stia per dire qualcosa di incredibilmente moralista del tipo: “I brand sportivi hanno rovinato tutto”, ma oltre ad essere a tratti complottista credo anche che sia un’affermazione troppo semplice e probabilmente anche falsa.
I brand hanno capito semplicemente una cosa: il run club è uno dei luoghi migliori in cui intercettare il nuovo consumatore della corsa.

Non sorprende quindi vedere iniziative direttamente legate alle community: per esempio, nel marzo 2026 Kappa ha lanciato a Torino la sua nuova collezione running con una 5K e aperitivo, coinvolgendo i principali run club della città, come prima tappa di un progetto destinato anche ad altre città.
Cosa succede però se la corsa più che un momento di condivisione, diventa una ricerca di visibilità, di contenuto esteticamente ricercato e curato, di ritorno di immagine?
Se corro con te perché abbiamo voglia di stare insieme è una cosa. Se lo faccio, indossando la maglietta che mi hai dato, provando la scarpa dello sponsor, comparendo nel reel in collab con il brand, produco indirettamente valore commerciale e allora la nostra relazione cambia. E forse fa venire meno il senso di comunità e identità con cui il gruppo è nato, forse l’apparenza rischia di soppiantare l’appartenenza.
Ma allora stiamo ancora parlando di corsa?
Se togliessimo Instagram, il merchandising, il fotografo, il DJ set, il caffè specialty e l’aperitivo, quante persone si presenterebbero comunque per correre cinque chilometri insieme? È una provocazione volutamente ingiusta. Ma apre la questione giusta. Perché forse la risposta sarebbe: tantissime. Oppure molte meno. E in entrambi i casi direbbe qualcosa di interessante su cosa sia diventato il running.
Forse non dobbiamo decidere se i run club abbiano migliorato o peggiorato la corsa. Dobbiamo chiederci cosa succederà quando la moda passerà.
Perché passeranno probabilmente l’apericena post social run, gli outfit coordinati, certi brand, alcuni club e sicuramente qualche estetica Instagram.

Ma alcune persone che hanno iniziato a correre perché una persona amica ha detto loro “vieni mercoledì, facciamo 5 km piano e poi beviamo qualcosa” continueranno a correre.
Alcune avranno trovato amici. Qualcuno avrà corso la prima maratona. Qualcuno avrà scoperto che preferisce correre da solo.
E forse è proprio questo il punto.
Perché quando parliamo di RunClub, stiamo comunque ancora parlando di corsa, anche se non è quella che rispecchia noi, resta comunque – nel bene e nel male – corsa.
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