Quando una corsa è reale?

C’è stato un momento in cui correre serviva semplicemente a correre. Pedalare a pedalare. Camminare a stare bene. Oggi, invece, sembra che ogni attività fisica debba attraversare un rito preciso: registrazione GPS, upload, statistiche, kudos, download png del percorso e post su Instagram e/o TikTok. Solo così acquista valore. Solo così questa corsa, pedalata, nuotata, è realmente accaduta.

Vale Strava Non Binary Runner

Per molti aspetti, Strava è una piattaforma straordinaria. Motiva, crea comunità, permette di monitorare i progressi e di sentirsi parte di qualcosa. Trasforma uno sport individuale in un’esperienza collettiva. E non c’è nulla di male nel voler condividere una corsa ben riuscita o un giro in bici memorabile.

Il problema, secondo me, nasce quando la registrazione smette di essere un’aggiunta e diventa il fine.

Vale Strava Non Binary Runner

La dipendenza da registrazione

Quante volte capita di controllare il telefono appena finito un allenamento? Quante volte una corsa senza GPS sembra quasi “sprecata”? Come se i chilometri percorsi dal corpo avessero bisogno di una certificazione digitale per essere validi.

Per non parlare poi di come la validità dipenda anche da un confronto diretto con chi ha fatto il nostro stesso percorso e di come questo possa innescare una competizione poco sana e comportamenti antisportivi.

Vale Strava Non binary runner
Vale Strava Non binary runner

La visibilità è tutto

È curioso: facciamo sport per sentirci più liberi, ma finiamo spesso intrappolati in una nuova forma di prestazione continua. Non basta più allenarsi. Bisogna dimostrarlo. Pubblicarlo. Renderlo visibile. E se possibile essere i più veloci.

E così anche il silenzio perde spazio. La corsa lenta fatta senza orologio. La pedalata senza obiettivi. La camminata senza statistiche. Tutto ciò che non produce dati sembra improvvisamente meno importante.

Dick and Rick Hoyt Complete Their Last Marathon Together

Forse perché oggi tendiamo a confondere l’esperienza con la sua traccia digitale, questo vale per tutto: sostituisci corsa con viaggio e la sensazione di confusione resta la stessa.

Se nessuno vede, se non genera interazioni, se non produce numeri, facciamo fatica a percepire quell’esperienza, corsa, viaggio, come reale fino in fondo.

Ma la somma di dati asettici è davvero in grado di rappresentare quanto abbiamo vissuto? Quand’è stata l’ultima volta in cui abbiamo percorso chilometri dialogando con il nostro corpo e non con un algoritmo?

Vale Avalle Strava

Non è una critica a Strava. Sarebbe troppo facile. La piattaforma è solo lo specchio di una mentalità più ampia: quella che ci porta a trasformare ogni esperienza in contenuto, ogni attività in prestazione, ogni passione in qualcosa da misurare.

Negli ultimi anni, però, si è osservato anche un fenomeno opposto. Sempre più sportivi stanno rivalutando il proprio rapporto con Strava e, in alcuni casi, decidono di abbandonarla.

Le ragioni sono diverse: l’aumento dei costi degli abbonamenti, la crescente raccolta di dati personali e la sensazione che la piattaforma si stia trasformando sempre più in un social network piuttosto che in un semplice strumento di allenamento.

Vale Avalle Strava metriche

Ritorno alle origini

Per alcuni utenti la promessa iniziale era quella di monitorare le proprie attività sportive; oggi, invece, percepiscono una pressione crescente verso la condivisione, il confronto continuo e la ricerca di approvazione attraverso kudos, classifiche e segmenti.

È una scelta che racconta un desiderio sempre più diffuso: tornare a vivere lo sport come esperienza personale, senza sentirsi costantemente osservati, misurati o chiamati a raccontare ogni chilometro percorso. La domanda vera allora non è se usare o meno Strava.

La domanda è: riusciamo ancora a fare qualcosa solo per noi stessi?

Forse la libertà più grande, oggi, è riuscire a correre anche quando nessuno guarda. Persino quando non lo guarda nemmeno l’orologio.

E lo dico soprattutto a me, che da quando ho installato l’app ho registrato 1529 attività e proprio non me la ricordo l’ultima corsa senza Strava. Davvero abbiamo bisogno di una traccia digitale per validare chi siamo e cosa facciamo?

Vale Avalle Strava metriche

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  • Correre insieme non è una novità, lo si è sempre fatto. Quello che è cambiato è tutto ciò che ci abbiamo costruito intorno, come nome, logo, estetica, fotografi, a volte uno sponsor. Una riflessione onesta, senza nostalgie e senza invettive, su cosa sia diventato oggi un run club, sul cortocircuito tra comunità e contenuto, e su una domanda scomoda solo in apparenza... per chi lo stiamo facendo davvero?

  • “Si fa il meglio che si può con quello che si ha.”

    L’accento, Carlotta Federica Montanera, lo mette su una parola precisa: meglio.

    Non sul “come posso”, che spesso nasconde una rinuncia. Ma sul fare davvero il massimo con quello che abbiamo, confrontandoci con i nostri limiti senza dimenticare di essere, semplicemente, persone normali.

    Ci sono storie di corsa che parlano soprattutto di risultati. E poi ce ne sono altre che raccontano quanto la corsa possa cambiare il modo in cui guardiamo noi stessi.

    Quella di Carlotta è una storia fatta di ambizione, cambiamenti, chilometri e soprattutto di una convinzione: non servono doti speciali per cominciare. Servono voglia, allenamento e quella caparbietà che ti fa continuare anche quando qualcuno ti ha già detto che non sei portato.

  • “Yes, you can," Ci sono storie che non hanno bisogno di essere spiegate, ti arrivano addosso e basta. Ti spostano qualcosa dentro, anche se non sai bene cosa. Quella di Dick Hoyt e di suo figlio Rick Hoyt è una di quelle storie che, quando le incontri, non torni più indietro uguale a prima. Non è una storia di corsa e basta, anche se parla di corsa. Non è una storia di risultati, anche se di traguardi ne hanno attraversati centinaia. È una storia che ti mette davanti ad una domanda semplice ma scomoda: quanto siamo davvero disposti a fare per qualcuno?