
Correre veloce come un cervo, volare in alto come un’aquila
L’antropologo Bennett scriveva che i Rarámuri “non corrono per arrivare ma per attraversare” e questa frase, così semplice eppure così profonda, sembra contenere la vita stessa delle donne che abitano le montagne del Chihuahua, il più grande dei 31 stati che compongono la Repubblica Federale del Messico. A prima vista potrebbe sembrare una sorta di definizione del loro modo di muoversi attraverso questo estesissimo territorio, spesso impervio, invece descrive un modo di essere. “Attraversare” infatti, significa appartenere alla terra senza cercare di controllarla, seguirne i ritmi senza pretendere di dominarli, entrare e uscire dai giorni come si percorre un sentiero che può cambiare forma ma mai identità.



I Rarámuri, noti anche come Tarahumara, nome che significa “corridori a piedi” o “quelli che corrono leggeri”, popolo indigeno del Messico settentrionale, famoso per la loro eccezionale resistenza nella corsa e per il loro stile di vita, popolano molte aree del Chihuahua, una terra verticale, con pendii che scendono improvvisi nei canyon e salite che sembrano non finire mai, boschi di pino, pietra che scotta al sole e torrenti che d’inverno si ritirano lasciando letti asciutti da attraversare a piedi nudi mentre le montagne lasciano spazio alle aree pianeggianti e desertiche. E le donne Rarámuri, note anche con il nome di MUKI, crescono in questo paesaggio che non concede scorciatoie, soprattutto per loro.
Qui le distanze non si definiscono attraverso i numeri ma sono compagne di viaggio e le donne le affrontano con la naturale consapevolezza di chi sa che ogni luogo è sempre un po’ più lontano di quanto sembri. Si alzano all’alba per raggiungere un parente o un’amica che vive dall’altra parte di una valle, o andare in un mercato lontano, percorrono cammini segnati solo dalla memoria, portano con sé legna, mais, utensili, a volte un bambino che dorme avvolto in una coperta. Ogni gesto, in questo contesto, nasce da una necessità e la necessità, in queste montagne, richiede necessariamente movimento.
E più le osservo e più mi sembra di imparare un’altra forma di equilibrio. Le loro gonne colorate si muovono in modo misurato, senza fretta ma senza esitazione, come se la stoffa respirasse al ritmo dei passi, come se quegli abiti non fossero ornamento ma parte del racconto. Ogni colore infatti, ha una storia legata alla famiglia, alla comunità, alla tessitura fatta a mano nei periodi in cui le giornate si accorciano e il lavoro nei campi lascia spazio alla cura dei figli e della casa.
Proprio come per i ricami che realizzano, la loro quotidianità è intessuta di una relazione continua con il paesaggio. Le Muki conoscono i tempi del vento, sanno quando una salita va affrontata con prudenza e quando, invece, la luce del mattino renderà più semplice attraversare un passaggio difficile, sanno dove il terreno cede e dove invece trattiene il passo, distinguono la pietra che taglia dal terreno soffice che non affatica, capiscono quale ombra annuncia un temporale e quale indica solo il passaggio di una nuvola leggera. Non hanno bisogno di mappe perché il territorio è inciso nella memoria collettiva e tramandato attraverso generazioni che hanno vissuto in queste montagne senza allontanarsene mai.
Correre diventa anche gioco
Nella loro vita c’è spazio anche per l’Arihueta, un gioco antico che appartiene più alla comunità che al singolo. Le donne vi partecipano fin da giovani, lanciando un cerchio di corda con l’aiuto di un bastone curvo e seguendone la corsa lungo percorsi che possono essere lineari o circolari. Per le ragazze più giovani questi tracciati misurano pochi chilometri, mentre per le adulte esperte possono estendersi fino a trenta o trentacinque chilometri attraverso sentieri che tagliano boschi, aree pianeggianti e discese ripide. L’Arihueta non è solo un gioco ma un modo di attraversare il territorio e, in molti casi, un mezzo pratico per spostarsi fino a scuola o verso un altro villaggio. È un gesto semplice e collettivo che rispecchia il modo in cui le donne Rarámuri vivono la loro terra, e non è una gara e non è un rito nel senso stretto del termine, è un modo per ricordare che la resistenza è un valore condiviso, che il cammino conta più della meta, che il divertimento nasce dalla partecipazione e non dalla vittoria, metafora quasi perfetta di come la corsa sia diventata per me gioco da giocare insieme!




Ma attenzione, la vita delle donne Rarámuri, per quanto affascinante, piena di colori e in grado di trasmettere, guardandola dall’esterno, tanta leggerezza, non ha bisogno di essere idealizzata. È una vita dura, spesso segnata dalla mancanza di cose basilari e dalla necessità di affrontare fatiche che altrove richiederebbero mezzi e strumenti per essere superate. Tuttavia, grazie ai racconti di chi le ha potute osservare da vicino, si comprende come la loro forza nasca dalla continuità, dalla perseveranza, dalla consistenza che hanno nell’affrontare i loro personalissimi percorsi quotidiani.
Solo verso la fine di questo racconto possiamo quindi iniziare a parlare di corsa, perché la corsa, per loro, non è un’entità separata dalla vita, un’attività ludica, un momento di svago. Per loro è parte fondamentale dell’essere, è caratteristica identitaria della loro cultura e strumento fondamentale per entrare in contatto con la terra che le circonda. Questo è quello che, quando partecipano a competizioni organizzate, portano con loro, la loro natura colorata dagli abiti che indossano tutti i giorni, offrendo a noi spettatori una versione essenziale di ciò che può significare muoversi nella propria terra e, inevitabilmente, questa autenticità colpisce nel profondo chiunque le veda correre.

Per questo, negli ultimi mesi, l’iniziativa Muki, presentata all’interno dell’evento Chihuahua by UTMB con il sostegno di UTMB Cares, ha iniziato a circolare come un tentativo di dare visibilità a queste donne e alla loro eredità culturale. Il progetto Muki che, come dicevamo, significa donne nella lingua Rarámuri, porta con se quindi più un senso di “riconoscimento” per questo movimento che non la parte legata allo sport e alla corsa, è un piccolo spazio simbolico che prova a restituire dignità a una storia che esiste da molto prima delle gare e che continuerà ad esistere anche quando i riflettori dell’evento UTMB si spegneranno.

Guardare le donne Rarámuri correre tra quei monti, su quelle asperità, attraverso quella fatica, significa comprendere qualcosa che spesso dimentichiamo… La loro forza non nasce dalla corsa ma dal modo in cui abitano la loro terra, la resistenza che dimostrano non è un talento straordinario ma il risultato di una vita vissuta in relazione con un mondo che richiede presenza e attenzione. La corsa, quando arriva a noi, è solo l’immagine visibile di questa profonda storia. Ed è la storia di un popolo che “attraversa” la propria terra da secoli ed è la storia di donne che continuano a farlo con la stessa grazia silenziosa delle montagne che le accompagnano.

RIMANI NEL LOOP
Iscriviti ad un'altra newsletter,
ma questa è meglio.
Lascia un commento
Quanto costa la Marathon des Sables? Asia Menci parte dalla quota di iscrizione della Legendary 2026 e arriva a tutto il resto: requisiti medici, attrezzatura, viaggio, tempo ed energia. Perché quel click non compra un pettorale, ma apre un progetto che si prende spazio nella vita di chi decide di partire.
Correre insieme non è una novità, lo si è sempre fatto. Quello che è cambiato è tutto ciò che ci abbiamo costruito intorno, come nome, logo, estetica, fotografi, a volte uno sponsor. Una riflessione onesta, senza nostalgie e senza invettive, su cosa sia diventato oggi un run club, sul cortocircuito tra comunità e contenuto, e su una domanda scomoda solo in apparenza... per chi lo stiamo facendo davvero?
“Si fa il meglio che si può con quello che si ha.”
L’accento, Carlotta Federica Montanera, lo mette su una parola precisa: meglio.
Non sul “come posso”, che spesso nasconde una rinuncia. Ma sul fare davvero il massimo con quello che abbiamo, confrontandoci con i nostri limiti senza dimenticare di essere, semplicemente, persone normali.
Ci sono storie di corsa che parlano soprattutto di risultati. E poi ce ne sono altre che raccontano quanto la corsa possa cambiare il modo in cui guardiamo noi stessi.
Quella di Carlotta è una storia fatta di ambizione, cambiamenti, chilometri e soprattutto di una convinzione: non servono doti speciali per cominciare. Servono voglia, allenamento e quella caparbietà che ti fa continuare anche quando qualcuno ti ha già detto che non sei portato.
“Se non è su Strava non esiste” nasce come battuta tra sportivi, ma nel tempo è diventata qualcosa di più serio: una fotografia perfetta del nostro rapporto con la performance e con la condivisione.
