L’uomo prima del campione

La sua storia non inizia su una pista d’atletica, né tra allenatori e famigerate tabelle. Inizia tardi, quando la maggior parte degli sportivi ha già dato il meglio ma Marco no, la sua strada ha preso una rotta totalmente diversa da quelle dei soliti campioni. Nato a Alba l’8 ottobre del 1948 scopre la corsa a ventisette anni, dopo un’infanzia e una giovinezza fatte di lavoro vero, di fatica quotidiana, di quella vita concreta che non concede scorciatoie. Forse è proprio lì che ha imparato la lezione più importante: nulla di autentico nasce senza la pazienza.

Marco Olmo Ultra Runner
Marco Olmo Ultra Runner

Foto dal web

Marco Olmo Ultra Runner
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Dalla montagna al deserto

Prima ci sono la corsa in montagna, lo scii alpinismo e le gare locali dove non esistono riflettori ma solo fiato e volontà. Terreni tosti ma essenziali per costruire la base di quello che poi lo ha definito agli occhi di tutti un vero e proprio campione. Marco non corre per diventare qualcuno: corre per capire chi è. Ogni salita diventa un dialogo silenzioso con se stesso, ogni discesa un atto di fiducia.

Poi arrivano le ultramaratone e con loro il deserto. La Marathon des Sables in Marocco, la Dessert Cuo in Giordania, le gare libiche, fino alla leggendaria Badwater nella Valle della Morte. Tutti luoghi dove il caldo ti spoglia di tutto e ti lascia solo con l’essenziale.

Molti vanno nel deserto per sfidarlo ma Marco no, ci entra come si entra in una chiesa: con rispetto. E questo è sicuramente uno degli aspetti più importanti con il quale lui affronta ogni sfida, ogni corsa dalla più “semplice” alla più difficile.

Marco Olmo UTMB 2007
Marco Olmo UTMB 2007

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Marco Olmo Ultra Runner
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Il mito dell’UTMB

Il mondo della corsa lo scopre davvero tardi quando lui è già oltre i cinquanta. Succede all’Ultra Trail du Mont Blanc, la gara gira attorno al massiccio più alto d’Europa: 167 chilometri, diecimila metri di dislivello, notti insonne e gambe che bruciano.

Nel 2006 Marco vince.
Nel 2007 vince ancora.

Ha cinquantotto e cinquantanove anni. In un ambiente che idolatra i giovani, quell’uomo magro e silenzioso ribalta ogni cosa, ogni logica. Dimostra che l’esperienza può pesare più dei muscoli, che la testa comanda davvero se il corpo la sostiene, che la resistenza è soprattutto un fatto interiore.

Da quel momento non è più solo un corridore, un’atleta ma diventa un simbolo vero e proprio. Per gli ultrarunner certo ma anche per chi non ha mai corso un chilometro perché la sua non è una storia di un talento eccezionale ma di una volontà normale portata all’estremo ed è così che nel 2016 vince in Bolivia l’Ultra Bolivia Race: quasi 170 chilometri in 6 tappe nel deserto boliviano attorno ai 4000 m di altitudine.

Lo sapevi che…

Marco non ha segreti miracolosi. Mangia in modo semplice, da anni ha scelto un’alimentazione vegetariana per rispetto della vita e del corpo. Si allena con costanza, senza ossessioni.

Per lui correre non è fuggire dal mondo ma entrarci ancora più a fondo.

La fatica diventa una sorta di strumento di conoscenza: quando tutto fa male e vorresti fermarti, lì incontri la tua parte più vera. Chi lo incontra non vede un eroe ma un uomo gentile, uno che continua ad allenarsi senza clamore, che parla poco e osserva molto e anche da un semplice social come Instagram questo sentito dire risulta ancora più vero perché arriva in maniera diretta e senza troppi fronzoli.

Marco Olmo Ultra Runner
Marco Olmo Ultra Runner

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Marco Olmo Ultra Runner
Marco Olmo Ultra Runner

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La lezione del passo lento

Negli anni ha continuato a correre OVUNQUE : Africa, Sud America, Alpi, spesso contro avversari che potrebbero essere suoi figli e questo non per dimostrare qualcosa ma perché quella è la sua lingua. A quasi settant’anni ha ancora vinto gare durissime ricordando a tutti che il limite anagrafico è soprattutto un’invenzione mentale.

Guardando la sua storia, le sue gare si capisce perfettamente che per lui la corsa è una lezione di vita: in un tempo dove tutto corre veloce lui ci ricorda il valore della lentezza. Lo so sembra un paradosso vero?! Un campione che vince gare estreme che però ci trasmette l’importanza del passo lento. Beh è molto semplice da spiegare e sapete perché? Perché in un’epoca che cerca scorciatoie lui cerca la strada lunga e soprattutto insegna che non è mai troppo tardi per diventare la versione migliore di sé.

Questo “passo lento” lo ha voluto celebrare anche per il suo settantasettesimo compleanno festeggiandolo con la 100 chilometri del Sahara e ci tornerà anche ad ottobre 2026 perché il richiamo per queste ultramaratone e soprattutto del suo amato deserto non avranno mai fine.

Marco Olmo Ultra Runner
Marco Olmo Ultra Runner

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Il finale del podista

Chi vuole entrare davvero del mondo di Marco può farlo attraverso il libro che meglio ne racconta l’anima prima ancora delle imprese sportive:
Il Corridore. Storia di una vita riscattata dallo sport. Disponibile su Amazon Italia

Oppure se incuriositi da questo campione oltre il tempo, potete guardare il film-documentario realizzato dai registi Paolo Casalis e Stefano Scarafia: Il corridore – The Runner.

Personalmente quando penso a Marco non vedo un campione irraggiungibile ma un uomo normale che ha avuto il coraggio di ascoltare la parte più scomoda di sé e farne il suo punto forte. La sua storia mi ricorda che la corsa non è una fuga dalla vita ma un modo per entrarci più a fondo, per togliere il superfluo e restare con l’essenziale: respiro, strada, battito.

Non correrò mai le sue distanze, né attraverserò i suoi deserti eppure ogni volta che infilo le scarpette e il primo chilometro sembra troppo lungo penso a lui e a quell’idea antica e rivoluzionaria che la sofferenza non sia un nemico ma una maestra severa e questo forse è il più grande insegnamento che Marco lascia a chi corre: la certezza che non conta quanto andiamo forte ma quanto siamo disposti ad andare avanti quando tutto ci direbbe di fermarci.

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