
Un percorso fuori dagli schemi
Michele Graglia non arriva alla corsa seguendo un sentiero classico. Il suo cammino è fatto di passaggi laterali, di esperienze diverse, di cambi di direzione che sembrano allontanarlo dallo sport per poi riportarcelo in modo più consapevole.
Quando la corsa entra davvero nella sua vita, lo fa come strumento di esplorazione. Non è una fuga, non è una moda, non è un riempitivo. È un mezzo per conoscersi, per testare la capacità di stare nel disagio, di rimanere presenti quando il corpo chiede tregua e la mente prova a negoziare.
Le lunghe distanze diventano presto il suo terreno naturale. Non di certo perché siano più semplici, ma perché sono più sincere. Nell’ultra non puoi fingere: ogni errore si paga, ogni scelta conta. È un ambiente che non concede sconti, ma restituisce verità e lui di questo se ne innamora.

michele graglia nel deserto
Foto dal web

michele graglia
foto di @gaiapanozzo @lasportivagram
La sfida come spazio di ascolto
Nel modo in cui Michele affronta la fatica emerge una qualità rara: l’ascolto.
Non combatte il dolore, non lo drammatizza, non lo nega. Lo osserva, lo accetta, lo utilizza come informazione.
L’ultra, per lui, non è mai una guerra contro se stessi, ma un dialogo continuo. Un esercizio di presenza. Le sue parole, così come il suo modo di correre, raccontano una relazione matura con il limite: non qualcosa da abbattere, ma da attraversare con intelligenza e rispetto.
È forse per questo che il suo racconto risuona anche in chi non corre cento chilometri. Perché parla di fatica, sì, ma soprattutto di scelte. Di responsabilità. Di coerenza.

Michele-Graglia yukon arctic ultra
Foto dal web
Le gare che hanno segnato il cammino
Il percorso sportivo di Michele Graglia è costellato di alcune delle gare più dure al mondo. Dalla Badwater 135, nella Valle della Morte, una delle ultramaratone più estreme in assoluto, alle competizioni nel deserto e in condizioni ambientali estreme, Michele ha più volte dimostrato una straordinaria capacità di gestione fisica e mentale.
I suoi risultati raccontano di vittorie e piazzamenti di vertice, ma soprattutto di una continuità rara in contesti dove l’imprevisto è la regola. In ogni gara emerge la stessa cifra: pazienza, lucidità, rispetto del proprio ritmo.
Eppure, anche qui, il risultato non è mai il centro del discorso. Le gare sono tappe di un viaggio più ampio, strumenti per esplorare una visione, non trofei da esibire ed è proprio per questo che scelgo di non menzionare tempi, vittorie specifiche o piazzamenti vari perchè Michele mi ha insegnato, anche, questo: le vittorie più belle sono quelle silenziose con noi stessi.

Michele Graglia
Foto dal web
Corre per togliere, non per aggiungere
La visione di Michele sulla corsa è profondamente essenziale. Correre non serve ad accumulare, ma a togliere. Aspettative, rumore, sovrastrutture. L’ultra diventa così un esercizio di sottrazione, un ritorno all’essenziale.
Dormire poco, mangiare il necessario, muoversi con ciò che si ha. In questo spazio ridotto, ogni cosa prende peso. Ogni scelta diventa chiara. Ed è lì che, spesso, emerge la parte più autentica di sé.

michele graglia nel deserto
Foto dal web
Il finale del podista
Chi vuole conoscere meglio Michele può farlo attraverso il suo libro, una lettura che per me è stata molto più di un semplice racconto sportivo: Ultra. La libertà è oltre il limite. Disponibile su Amazon Italia
Questo libro, per me, è stato determinante. Mi ha dato il coraggio di provare a rincorrere un sogno con rispetto, sacrificio, allenamento e pazienza.
In un momento in cui tutto sembrava fragile, quelle pagine mi hanno aiutata a credere che presentarmi su una griglia di partenza fosse già una vittoria. E lo è stata. Senza quel percorso, senza quelle parole, probabilmente non avrei trovato la forza di coronare il mio sogno di diventare maratoneta.
Michele Graglia rappresenta un’idea di atleta che sento profondamente mia: una persona che fa cose straordinarie senza mai smettere di essere umana. La sua disponibilità, la sua gentilezza, la sua capacità di esserci contano quanto – se non più – delle sue imprese sportive. La sua storia ci ricorda che la corsa non serve a dimostrare qualcosa al mondo. Serve, piuttosto, a dare forma a una visione. E a volte basta questo: volerci provare davvero.
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Quanto costa la Marathon des Sables? Asia Menci parte dalla quota di iscrizione della Legendary 2026 e arriva a tutto il resto: requisiti medici, attrezzatura, viaggio, tempo ed energia. Perché quel click non compra un pettorale, ma apre un progetto che si prende spazio nella vita di chi decide di partire.
Correre insieme non è una novità, lo si è sempre fatto. Quello che è cambiato è tutto ciò che ci abbiamo costruito intorno, come nome, logo, estetica, fotografi, a volte uno sponsor. Una riflessione onesta, senza nostalgie e senza invettive, su cosa sia diventato oggi un run club, sul cortocircuito tra comunità e contenuto, e su una domanda scomoda solo in apparenza... per chi lo stiamo facendo davvero?
“Si fa il meglio che si può con quello che si ha.”
L’accento, Carlotta Federica Montanera, lo mette su una parola precisa: meglio.
Non sul “come posso”, che spesso nasconde una rinuncia. Ma sul fare davvero il massimo con quello che abbiamo, confrontandoci con i nostri limiti senza dimenticare di essere, semplicemente, persone normali.
Ci sono storie di corsa che parlano soprattutto di risultati. E poi ce ne sono altre che raccontano quanto la corsa possa cambiare il modo in cui guardiamo noi stessi.
Quella di Carlotta è una storia fatta di ambizione, cambiamenti, chilometri e soprattutto di una convinzione: non servono doti speciali per cominciare. Servono voglia, allenamento e quella caparbietà che ti fa continuare anche quando qualcuno ti ha già detto che non sei portato.
“Se non è su Strava non esiste” nasce come battuta tra sportivi, ma nel tempo è diventata qualcosa di più serio: una fotografia perfetta del nostro rapporto con la performance e con la condivisione.

