
Ma sarà mai possibile cambiare brand per un nuovo smartwatch senza patire le pene dell’inferno (digitale, s’intende)?!
“Se non registri una corsa, non l’hai corsa.”
Una battuta che gira tra i runner, ma che ha un fondo di verità: lo storico dei dati è diventato parte integrante della nostra identità sportiva. Chilometri, tempi, dislivelli, tutto racconta non solo dove siamo arrivati, ma da dove siamo partiti. E allora la domanda è inevitabile: se passo da Garmin a Suunto, Coros, Polar o Apple Watch o viceversa… perdo tutto o posso salvare i bit che testimoniano delle tonnellate di sudore e della fatica che ho dovuto patire per arrivare fino a qui?
Beh, io questa domanda me la sono fatta e ho provato a cercare delle risposte per fare un po’ di chiarezza sulla questione.

Partiamo dalla buona notizia: esportare si può
Chi parte da Garmin (avendo fatto un sondaggio mi sono definitivamente reso conto che non solo sia il brand più conosciuto ma è anche il più diffiso) ha vita relativamente semplice. Ogni attività può essere esportata in formato FIT, GPX o TCX direttamente da Garmin Connect, una alla volta o in blocco: il portale permette infatti di “richiedere” l’intero archivio, che poi ti arriva via mail sotto forma di file ZIP. Dentro ci sono anni di corse, pedalate, nuotate: praticamente il tuo diario della fatica che hai fatto digitale, pronto per essere ricaricato altrove.
Esistono anche app di terze parti, come RunGap (iOS) o SyncMyTracks (Android), che automatizzano il processo: con pochi tap scaricano lo storico e lo rendono leggibile da piattaforme diverse… più o meno, ma qui ci torniamo dopo.
La notizia meno buona: importare invece non è sempre immediato
Ed è qui che la strada si fa in salita e tocca faticare anche a smanettare oltre che a correre e sudare…
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COROS consente di importare file FIT in blocco: basta caricare lo ZIP e lo storico compare nell’app. Una soluzione pratica e “ufficiale”. Non ho trovato molte testimonianze per capire se la profondità del dato è integralmente importata ma in qualche modo tocca fidarci.
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Suunto e Polar non hanno ancora un sistema diretto: l’unico modo è passare da app come RunGap o SyncMyTracks, che trasferiscono le attività una per una. Funziona, ma a volte si perdono metriche avanzate (come dinamiche di corsa o HRV).
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Apple Watch, tanto per cambiare, è un ecosistema a sé: le attività finiscono dentro Apple Health, da cui alcune app di terze parti possono importare lo storico. Ma se cerchi uniformità totale, sappi che i dati “profondi” rimangono spesso bloccati nell’ecosistema Apple, che furbescamente ma anche con grandissima qualità, ci tiene molto al suo mondo…

Il ruolo di Strava: la Svizzera verde dei dati
Un trucco diffuso tra i runner, e se non ci sei anche qui sembra quasi che non esisti eh, è usare Strava come piattaforma intermedia.
Quasi tutti i brand esportano verso Strava e quasi tutti importano da lì. Non è la soluzione più elegante (a volte mancano dettagli o note di allenamento), ma permette di avere uno “zoccolo duro” di dati sempre a disposizione, anche cambiando orologio con la velocità con cui cambiamo un paio di scarpe! Insomma, un bel pratino in cloud felice dove, tra PRO, meno PRO e PROssimi alla morte, alla fine possiamo far pascolare i nostri dati tranquillamente… se così si può dire quando mettiamo in mano a terzi tutte le biometriche del nostro corpo degli ultimi anni!!!
Ma quindi allora, ce la facciamo? Conviene cambiare o no?
E qui entriamo nella filosofia filosofeggiante di chi come me cerca cerca ma poi mica riesce a darsi delle risposte definitive.
Molti restano fedeli a un brand per anni, non tanto per la precisione del GPS o per la bellezza del quadrante, o per questa o quella funzione specifica, ma perché temono di perdere la memoria storica delle loro corse, temono di perdere quasi se stessi come se dopo aver attraversato inferno, purgatorio e finalmente paradiso, Dante avesse perso il backup della Divina Commedia… UNA TRAGEDIA.
È, diciamocelo, un vero fattore commerciale su cui si fa leva in maniera forte: un ecosistema chiuso trattiene gli utenti più di mille campagne marketing.
La verità, che parolone eh, è che, con un po’ di pazienza (e magari pagando quei 5 € a un’app di terze parti), è possibile salvare e trasferire quasi tutto lo storico delle proprie attività. Non sarà sempre perfetto, ma meglio un dato “sporco” che un buco nero.
Perché sì, una corsa non registrata resta corsa lo stesso… ma ammettiamolo, vederla nel grafico mensile fa sempre un altro effetto.
LO SAPEVI CHE…
Il formato .FIT, oggi usato da quasi tutti i brand, è stato creato da Garmin nel 2009 come standard “aperto”. Nonostante sia nato per restare compatibile nel tempo, alcune funzioni avanzate (come dinamiche di corsa o potenza) non sempre vengono lette correttamente da app concorrenti. È un po’ come scrivere un romanzo in dialetto: tutti colgono la trama, ma certe sfumature le capisce solo chi parla quella lingua.

Il finale del Podista
SIA CHIARO, cambiare smartwatch non significa ricominciare da zero. Significa prendersi il tempo, e un po’ la rottura di scatole, di fare un export, passare da Strava o da un’app dedicata, importare e poi, in qualche modo, ripartire. Certo, servono pazienza e qualche passaggio un po’ più tecnico (CREDO, non sono troppo sicuro perché non avendolo fatto io, in prima persona, non mi accollo certezze assolute eh), ma la tua storia di runner più o meno PRO non sembra sia necessariamente persa!
Ma alla fine, la vera domanda non è se i dati si salvano o no, ma se tu sei pronto in qualche modo a cambiare punto di vista sull’importanza che hanno realmente, soprattutto se non sei un atleta professionista ma sei, come me, il classico podista amatoriale che incastra le mille cose della vita per andarsi a prendere quell’ora di sudore, meraviglia e sofferenza, ogni due giorni…
Perché correre resta correre, anche se lo registri semplicemente con la memoria.
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