Correre insieme non è una novità, lo si è sempre fatto. Quello che è cambiato è tutto ciò che ci abbiamo costruito intorno, come nome, logo, estetica, fotografi, a volte uno sponsor. Una riflessione onesta, senza nostalgie e senza invettive, su cosa sia diventato oggi un run club, sul cortocircuito tra comunità e contenuto, e su una domanda scomoda solo in apparenza... per chi lo stiamo facendo davvero?
“Si fa il meglio che si può con quello che si ha.”
L’accento, Carlotta Federica Montanera, lo mette su una parola precisa: meglio.
Non sul “come posso”, che spesso nasconde una rinuncia. Ma sul fare davvero il massimo con quello che abbiamo, confrontandoci con i nostri limiti senza dimenticare di essere, semplicemente, persone normali.
Ci sono storie di corsa che parlano soprattutto di risultati. E poi ce ne sono altre che raccontano quanto la corsa possa cambiare il modo in cui guardiamo noi stessi.
Quella di Carlotta è una storia fatta di ambizione, cambiamenti, chilometri e soprattutto di una convinzione: non servono doti speciali per cominciare. Servono voglia, allenamento e quella caparbietà che ti fa continuare anche quando qualcuno ti ha già detto che non sei portato.
“Yes, you can," Ci sono storie che non hanno bisogno di essere spiegate, ti arrivano addosso e basta. Ti spostano qualcosa dentro, anche se non sai bene cosa. Quella di Dick Hoyt e di suo figlio Rick Hoyt è una di quelle storie che, quando le incontri, non torni più indietro uguale a prima. Non è una storia di corsa e basta, anche se parla di corsa. Non è una storia di risultati, anche se di traguardi ne hanno attraversati centinaia. È una storia che ti mette davanti ad una domanda semplice ma scomoda: quanto siamo davvero disposti a fare per qualcuno?
Da poco ho cominciato a interessarmi seriamente alle storie degli ultrarunner, a leggere delle loro imprese estreme e dei traguardi incredibili che raggiungono. È così che, esplorando l'ultima edizione del TOR330 che si é concluso il 20 settembre di quest'anno, ho conosciuto tramite i social la regina delle ultra: Lisa Borzani. La sua storia mi ha subito affascinata: donna forte, determinata, che ha trasformato il suo vivere la montagna e affrontare le lunghe distanze in una vera scuola di vita. Leggere delle sue vittorie, dei chilometri percorsi e della sua filosofia mi ha fatto capire quanto la corsa possa essere molto più di una sfida fisica: è un viaggio dentro sé stessi, fatto di passione, resilienza e autenticità.
La Maratona di Atene è un’esperienza unica: un percorso duro e poco scenografico, con una lunga salita dal 19° al 32° km, compensato però dall’arrivo epico nello stadio Panathinaiko e da un tifo continuo e caloroso lungo tutta la strada. Ottima la logistica dei pullman, meno la gestione della borsa del cambio. Nota stonata: la medaglia identica a quella delle gare brevi del weekend. Nonostante tutto, è una maratona da vivere almeno una volta.
Eliud Kipchoge è il maratoneta più grande di tutti i tempi: due ori olimpici, record mondiali e l’impresa storica del 2019 a Vienna, quando ha corso la maratona in meno di due ore. Nato in Kenya, ha trasformato la corsa quotidiana per andare a scuola in una carriera leggendaria, fatta di disciplina, resilienza e umiltà. Il suo motto “No human is limited” è oggi un simbolo universale che ispira milioni di persone a superare i propri limiti, nello sport come nella vita.
L’Apple Watch Ultra 3 segna un passo importante per runner e trail runner. Lo sportwatch di Cupertino introduce la connettività satellitare per SOS e messaggi anche senza rete, un display OLED LTPO3 più grande e leggibile, un’autonomia fino a 42 ore (72 in risparmio energetico) e un GPS a doppia frequenza L1+L5 che promette più precisione nei contesti urbani complessi. Tra le novità anche Workout Buddy, il coach vocale basato su Apple Intelligence, e la funzione Qualità del sonno, che analizza parametri chiave per migliorare recupero e salute. Per chi vive nell’ecosistema Apple diventa finalmente un vero sportwatch da considerare seriamente.
